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Bhagavad Gita: una guida per il quotidiano

Dopo anni sul tappetino come insegnante di Yoga, ho deciso di condividere in un piccolo corso i concetti alla base di un’opera che da sempre racchiude il cuore dello Yoga, la Bhagavad Gita. In 5 incontri, dal vivo e online, sto introducendo ad un piccolo gruppo di praticanti questo testo storico che da secoli, attraverso il suo simbolismo, guida il cammino di chi affronta la ricerca spirituale. Con grande umiltà affido al mio blog la sintesi del primo incontro, ricordando a tutti che è possibile unirsi ai prossimi incontri, ogni mercoledì alle 19.30.

Cenni storici

La Bhagavad Gita (Canto del Divino) è un testo Hindu composto tra il I e il II secolo A.C., attribuito al saggio Vyasa. E’ tuttavia assai probabile che l’opera sia stata composta da più autori. I 700 versi (sloka) che la compongono, suddivisi in 17 capitoli, fanno parte del grande poema epico indiano noto come Mahabarata.

La Gita è una sintesi del pensiero spirituale indiano, e racchiude molti concetti fondamentali, come il significato di Dharma, Karma, Jnana e Bhakti, termini spesso fraintesi nelle interpretazioni occidentali dello Yoga, e che vedremo insieme durante i prossimi incontri. Grazie alla ricchezza dei personaggi che la animano, si presta a diversi livelli di lettura: una lettura storica, una lettura sociale ed una lettura esistenziale.

I protagonisti dell’opera sono Arjuna, valoroso guerriero in procinto di affrontare un’epica battaglia, e Krishna, avatar del divino, a cui Arjuna si rivolge per risolvere i suoi dubbi e le sue paure.

Il simbolismo della Bhagavad Gita

Nella Bhagavad Gita, ogni scena, ogni personaggio, persino gli oggetti sono intrisi di simbolismo.

Il carro su cui si trova Arjuna, ad esempio, non rappresenta solo noi stessi nella nostra interezza, ma può essere letto anche come il nostro corpo fisico; il padrone del corpo è l’anima; l’auriga (ovvero Krishna) è l’intelligenza; i cavalli sono i sensi; e la mente, impersonificata dall’anziano re Dhritarashtra, è ‘cieca’ perché non può vedere senza l’ausilio dei sensi e dell’intelligenza (un’incredibile intuizione, confermata dalle ben più recenti neuroscienze).

Persino il nome del campo di battaglia ha un significato: Kurukshetra (kuru, azione; kshetra, campo) significa il ‘campo dell’azione’, in questo caso, il conflitto interiore, che spesso ci appare come una circostanza esterna. Ma può essere anche interpretato come “luogo del pellegrinaggio”.

Il maggiore dei cinque fratelli Pandava è Yudhisthira (Yudhi Sthira Ja Sa – chi è calmo nelle battaglie psicologiche); la calma è infatti il primo prodotto della discriminazione o discernimento, un concetto fondamentale nella pratica dello Yoga e che troviamo anche negli Yoga Sutra di Patanjali.

Gli altri quattro fratelli sono: Bhima (come gli altri fratelli un personaggio qui secondario, ma più centrale nella Mahabarata) che rappresenta la forza fisica; Arjuna (il nostro protagonista) -l’autocontrollo, Nakula (il custode dei Niyama) e Sahadeva (custode degli Yama).

Dopo l’infanzia, con un parallelo che prendiamo a prestito dalla psicologia, l’ego, o l’anima legata al corpo (rappresentato da Duryodhana, il più agguerrito dei Kaurava, il figlio maggiore della mente agitata), supportato dall’esercito delle lusinghe dei sensi e dei desideri materiali, sottrae il regno ai Pandava, ovvero alla pura discriminazione e alle sue virtù, confinandoli in un lungo esilio.

Questi “nemici”, che sono in realtà cugini del protagonista Arjuna, possono essere “letti” come le cattive abitudini dei sensi, che si stabiliscono nel corpo, mettendo all’angolo buone abitudini e saggezza.

La storia della Bhagavad Gita ci spiega, attraverso una allegoria, come il lungo regno delle cattive abitudini venga messo in crisi dal risveglio della consapevolezza che, dopo anni d’esilio, cerca di riconquistare il nostro io terreno, con l’aiuto di Krishna, la Forza dell’Anima.

Immaginiamo noi stessi che, dopo anni di cattive esperienze e molte ‘batoste’, sotto il regime dei sensi dominato da cupidigia, collera, promiscuità, gelosia ed egoismo – con il risveglio della discriminazione (spesso di fronte ad un evento improvviso) e l’appoggio dei guerrieri interiori – calma, forza vitale e autocontrollo – cerchiamo di recuperare consapevolezza e di riconquistare il regno corporeo perduto.

Ovviamente questa intenzione è messa in pericolo dai malvagi Kaurava, che possiamo leggere come le cattive tendenze mentali, che con il loro esercito dei sensi rifiutano di separarsi dal regno del corpo, in origine appartenente alle facoltà discriminative.

Così Krishna, il Guru, o l’Anima attivamente risvegliata, arriva in auto di Arjuna (l’io terreno), che insieme alle altre quattro tendenze discriminative combattono la battaglia psicologica contro l’Ego e il suo esercito, composto da guerrieri altrettanto agguerriti che rappresentano avidità, avarizia, odio, gelosia, malvagità, promiscuità, meschinità, crudeltà, cupidigia, ignavia, risentimento, orgoglio, pigrizia fisica, indifferenza spirituale, impurità di corpo, mente e anima; collera, infedeltà e ingratitudine a Dio, impertinenza, scortesia, ignoranza fisica, mentale e spirituale, arroganza, egoismo, attaccamento, illusione, amarezza mentale, rancore, ipocondria, preoccupazione, paura della morte, mancanza d’iniziativa, attitudine litigiosa, smoderatezza.

Il teatro della battaglia siamo noi, e in noi Krishna – la Forza dell’Anima – e i cinque principi della discriminazione cercano di riconquistare il regno perduto, allontanando il male che si è trincerato nel nostro cuore. Il compito di Arjuna, grazie alla guida di Krishna, è quello di risvegliare l’anima e la sua forza, per stabilirvi pace, saggezza, abbondanza e salute.

Ogni individuo è un regno, e nella Mahabharata, un’opera che raffigura il regno della mente, ogni personaggio costituisce un tratto psicologico diverso e ciascun tratto psicologico ha una propria vita. Nella nostra stessa coscienza, come in una città, abitano migliaia di cittadini dalle caratteristiche diverse: nobili, ignobili, altruisti, egoisti, alcuni alla ricerca di verità spirituali ed altri invece impegnati a sfuggirle. Dentro di noi, ogni giorno, combattiamo costantemente tra tenebre e luce.

Sbarazzarsi delle proprie brutte abitudini a volte è un po’ come “uccidere” una parte della propria natura. L’ego riesce a razionalizzare in modo molto convincente motivazioni in realtà prive di senso per mantenere la sua posizione, ed inventa ragioni assurde per non fare ciò che sarebbe giusto. La mente trova ogni scusa plausibile per non rinunciare ad una cattiva abitudine (chiedetelo a un fumatore!).

Dobbiamo però ricordare che in realtà non stiamo operando una rinuncia. Stiamo semplicemente dando energia a qualcosa che sostituirà la sofferenza con una profonda gioia.

In questa chiave, le parole di Krishna nella Bhagavad Gita si riferiscono alla ricerca interiore. Avvicinandoci in questo modo alla Gita, sapremo leggervi insegnamenti meravigliosi.

La Bhagavad Gita è la storia del nostro Sé interiore, della nostra aspirazione verso il divino. In questa meravigliosa opera troviamo le istruzioni per vincere la battaglia con gli aspetti più bassi della nostra natura.

Sintesi del setting e dei personaggi

Il campo di battaglia Kurukshetra, è il campo d’azione (il nostro conflitto interiore), o il luogo del pellegrinaggio, come ad esempio la shala dove portiamo i nostri problemi davanti al maestro.

Il carro rappresenta il corpo fisico, mentre i cinque cavalli sono i sensi che devono essere guidati dal sé divino per realizzare la propria vera natura (dharma).

Arjuna è il sé umano, pieno di dubbi, preoccupazioni e dilemmi morali nel campo di battaglia dell’esistenza quotidiana. Rappresenta colui che cerca un cammino spirituale, una guida che gli spieghi come superare i conflitti interiori.

Krishna è l divino, il sé superiore, o Dio stesso, che agisce come maestro spirituale. Guida Arjuna, e per estensione l’intera umanità, verso la saggezza e la liberazione.

I Kaurava (lett. “discendenti di Kuru”, il padre di molti dei guerrieri della Mahabarata) sono le forze che si oppongono al bene, sia in noi stessi che nel mondo. Rappresentano le caratteristiche negative come desiderio, ignoranza, ambizione, ego, attaccamento. Sono le forze che ci distolgono dal nostro autentico scopo esistenziale.

I Pandava simboleggiano le virtù positive e le capacità interiori. I cinque fratelli rappresentano anche i primi cinque chakra (Arjuna in questa chiave rappresenta Manipura Chakra, il chakra del plesso solare, quello che si riconduce alla realizzazione del sé).

Dritarashtra è il re cieco che incarna sia la cecità come conseguenza di ambizione e attaccamento, quindi incapace di accettare il destino o la volontà divina, che la mente. La mente, dovendo affidarsi ai sensi per vedere e percepire il mondo, è cieca e fallibile.

Duryodhana è il più anziano tra i Kaurava, e rappresenta l’arroganza, l’attaccamento alle proprie forze fisiche, e con il suo aspetto quasi demoniaco la mente che non rispetta la guida divina.

Sanjaya è il narratore della Bhagavad Gita, che trasmette il discorso divino di Krishna al cieco Dhritarashtra. Anche Sanjaya (l’alter ego del saggio Vyasa, a cui è attribuita l’opera) rappresenta la mente che riceve e trasmette la saggezza.

Se questo contenuto ti è stato utile, condivido riflessioni e pratiche più approfondite in uno spazio dedicato.

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