Krishna e Arjuna: la metafora del dialogo interiore
Prima di addentrarci nei dettagli del dialogo tra Krishna e Arjuna, cerchiamo di capire perché, a livello simbolico, questo scambio tra la Divinità e l’uomo comune viene generalmente equiparato al “dialogo interiore”.
In psicanalisi, per dialogo interiore si intende la conversazione che una persona intrattiene con se stessa, sia mentalmente che ad alta voce, uno strumento potente che può avere effetti psicologici positivi, rafforzando motivazione, fiducia e autostima, o negativi, quando diventa ipercritico e distruttivo, influenzando il benessere mentale e la capacità di affrontare le sfide del quotidiano.
L’autoconversazione continua è il flusso costante di pensieri (il famoso chitta-vritti degli Yoga Sutra di Patanjali) che ci accompagnano ogni giorno. Non ha solo aspetti negativi, anzi, è grazie a questa funzione se elaboriamo velocemente informazioni e decisioni, e riusciamo a regolare la nostra emotività davanti a situazioni stressanti o euforizzanti.
Ma l’autentico dialogo interiore è quello che possiamo per auto-rassicurarci, per chiarire situazioni o confronti difficili, e in generale come guida per le nostre azioni. Questo strumento, infatti, ci fornisce istruzioni realistiche per raggiungere un obiettivo.
Caratteristiche e funzioni
Il dialogo interiore è inoltre lo strumento fondamentale per l’apprendimento del linguaggio, per il raggiungimento della concentrazione e per lo sviluppo personale dall’infanzia all’età adulta.
Può essere positivo, quindi incoraggiante e con funzioni di promozione dell’autostima, della motivazione e della costruzione delle prospettive di vita. Ma può anche essere negativo, quando diventa ipercritico, giudicante o auto-accusatorio, minando la fiducia in sé stessi, generando ansia e portando all’auto-sabotaggio.
I pensieri interiori modellano la nostra percezione di noi stessi e del mondo, influenzando i nostri comportamenti e le nostre azioni e reazioni.
Le conversazioni interiori non nascono in modo autonomo, ma sono spesso influenzate e nutrite dalle nostre convinzioni, dal nostro tessuto familiare e sociale, dall’educazione e dall’istruzione che abbiamo ricevuto, e possono quindi essere sia un motore di crescita che un freno allo sviluppo personale.
La gestione del dialogo interiore può avvenire attraverso la consapevolezza (quindi, innanzi tutto, il riconoscerne l’esistenza, comprenderne origini e conseguenze); la trasformazione del linguaggio (sostituendo il dialogo interno negativo con un linguaggio più gentile, comprensivo, meno giudicante, come farebbe un buon amico); e infine attraverso strumenti come la meditazione (pratiche che possono favorire la nostra connessione con il dialogo interiore e sviluppare una maggiore presenza mentale).
Krishna e Arjuna: metafore dell’anima e dell’io
Risulta evidente a questo punto come il dialogo tra Krishna e Arjuna sia una metafora del dialogo interiore. Arjuna si rende conto di essere arrivato davanti ad un’impasse. Comprende che finora il suo referente non è stato un dialogo interiore obiettivo, rasserenante, in grado di fornire risposte. E attraverso la disperazione che lo coglie davanti ad un momento drammatico della sua esistenza, sorge la figura di Krishna, che rappresenta la presa di coscienza, l’anima che viene in aiuto della ragione, aiutando l’essere umano a ricostruire la fiducia in sé stesso, ripristinando i valori più autentici a cui può e deve riferirsi per riemergere dalla sua crisi esistenziale.
Nella Bhagavad Gita, quindi, il dialogo tra Krishna e Arjuna rappresenta il dialogo interiore tra l’io individuale pieno di dubbi e la nostra innata saggezza interiore, o ancora tra l’io terreno e la presenza divina che custodiamo. Arjuna, nell’affrontare la sua crisi morale sul campo di battaglia, rappresenta l’umanità che fa i conti con la confusione e l’indecisione, mentre Krishna incarna la guida divina, la coscienza più elevata, che illumina per noi il percorso del dharma e dei nostri doveri terreni.
Come abbiamo già visto nell’incontro precedente, il campo di battaglia su cui avviene questo dialogo è il simbolo della lotta quotidiana, che ci costringe a far fronte e a superare sfide e desideri contrastanti.
Arjuna è quindi l’io empirico, sopraffatto dalle circostanze e tormentato da dilemmi morali. Esprime dolore, confusione e, non dimentichiamolo, anche desiderio di sfuggire alle proprie responsabilità. Rappresenta il sé individuale, il jivatman (in sanscrito), con le sue preoccupazioni e le sue radicate abitudini, che fatica a comprendere e portare avanti i propri doveri.
Krishna rappresenta invece la saggezza interiore, la guida divina: non a caso è l’auriga del carro. E’ il sé superiore, la presenza divina, o per chi vuole abbracciare la visione religiosa, Dio stesso. Grazie ai suoi insegnamenti, Krishna rivela i principi eterni del dharma (il giusto dovere), la natura indistruttibile dell’anima, e il concetto di Karma Yoga (azione disinteressata).
Tra i due intercorre un dialogo che è simbolo dell’eterna conversazione interiore tra la nostra coscienza più materiale e la guida del divino o della nostra natura più elevata. Questa conversazione è una guida per prendere decisioni morali e dalle fondamenta spirituali, ci mostra come superare i conflitti interiori e come agire nel rispetto del nostro dharma, anche se questo è, a volte, doloroso e difficile. Un capitolo a parte nei nostri incontri sarà proprio dedicato alla comprensione del termine “dharma” nella sua corretta accezione.
Il dialogo tra Krishna e Arjuna illustra diversi percorsi che portano alla liberazione spirituale, come il Karma Yoga (che affronteremo in dettaglio nel nostro ultimo incontro), o azione disinteressata; il Jinana Yoga (o Yoga della Conoscenza, da cui deriva anche il Sanyasa Yoga, ovvero lo yoga della rinuncia terrena); e il Bhakti Yoga (o Yoga Devozionale), che fanno parte del viaggio umano verso la realizzazione della nostra autentica, divina natura.
Yoga significa infatti in senso lato “unione”, ma secondo la Bhagavad Gita si tratta di una unione tra il nostro sé terreno e la coscienza superiore o divina. Non si tratta tanto di una mera unione di mente, corpo, respiro, sebbene questa sia la spiegazione occidentale che diamo alle lezioni di asana. Lo Yoga è un insieme di pratiche volte ad unire l’individuo con il divino.
Il dialogo tra Krishna e Arjuna, in ultima istanza, è un processo di superamento delle illusioni (maya) e delle delusioni (moha), che offuscano il nostro giudizio. Attraverso questa conversazione, veniamo spinti ad abbracciare il non attaccamento e la saggezza, per allineare noi stessi con la volontà divina (o, da un punto di vista più laico, ciò che è moralmente giusto).
Nella Bhagavad Gita, questa conversazione ci presenta ripetutamente Arjuna sofferente, o perplesso, o dubbioso. Il suo ruolo però non è completamente passivo, poiché questa parte dell’io individuale ha intravisto la consapevolezza, e invece che crogiolarsi nella disperazione, inizia a porsi le domande giuste. Krishna, con infinita pazienza ma anche con grande risolutezza, spiega con dovizia di particolari ed esempi il cammino da compiere per emergere vittoriosamente dalle sofferenze che ci affliggono. E quindi non ci troviamo davanti ad un maestro rigido e punitivo, bensì ad una guida comprensiva e profondamente interessata al raggiungimento del benessere spirituale del praticante/allievo. Caratteristiche che non dobbiamo mai dimenticare quando scegliamo un maestro spirituale!
Anche se, è bene ricordarlo, Krishna è non solo compassionevole e comprensivo, ma anche deciso e risoluto nell’indicare ad Arjuna la strada da intraprendere. Anche se questa inizialmente scatena dubbi, incertezze e paure.
In sostanza quindi, il dialogo tra Krishna e Arjuna volge a portare Arjuna verso la liberazione spirituale. Ma in cosa consiste questo concetto, non solo nella Bhagavad Gita, ma più in generale nell’Induismo, di cui la Bhagavad Gita è portavoce?
La liberazione: l’obiettivo degli insegnamenti di Krishna
Nell’Induismo, la liberazione spirituale è nota come Moksha, ed è considerato l’obiettivo ultimo dell’esistenza. Si tratta della liberazione dell’anima individuale dal ciclo del Samsara (ovvero vita, morte e rinascita). Significa l’unione dell’anima individuale con la realtà divina universale, Brahman, e quindi l’esperienza di eterna beatitudine e pace. Il Moksha viene raggiunto attraverso il non attaccamento ai desideri materiali, attraverso la pratica del Dharma (ovvero il modo corretto di vivere), e seguendo percorsi come il Karma Yoga (azione disinteressata), il Bhakti Yoga (devozione), il Jnana Yoga (conoscenza) e il Raja Yoga (la meditazione). Il percorso del Sanyasa Yoga, per quanto possibile, va intrapreso solo dopo aver esperito con pienezza i precedenti cammini, perché, come Krishna evidenzia, la rinuncia non deve mai essere un atto di codardia, ma una scelta che deriva da una profonda comprensione di tutte le opzioni possibili. Comprensione possibile solo attraverso la diretta esperienza.
Gli aspetti fondamentali del Moksha sono dunque:
La liberazione dal Samsara:
Liberazione dal ciclo continuo della reincarnazione, che è spesso accompagnato da dolore e sofferenza.
L’unione con il divino:
La realizzazione dell’unità tra l’anima individuale (Atma) con l’anima universal (Brahman), verso uno stato di perfefzione e beatitudine.
La trascendenza dall’attaccamento materiale:
Il Moksha richiede la trascendenza dell’ego, dei desideri materiali, e delle illusioni. Trascendendo questi aspetti, è possibile raggiungere l’autentica comprensione spirituale.
Obiettivo ultimo:
Il Moksha è considerato il più elevato dei purushartha (obiettivi dell’esistenza umana): dharma (corretto percorso di vita), artha (prosperità materiale), kama (desiderio, amore sensoriale) e infine Moksha.
I percorsi che guidano al Moksha, nell’Induismo e nella Bhagavad Gita:
L’Induismo ci presenta diversi cammini che conducono al Moksha, e che si indirizzano alle diverse inclinazioni spirituali individuali:
Il Karma Yoga (o cammino dell’Azione): agire in modo disinteressato, senza attaccamento al risultato (lo vedremo insieme nell’ultimo incontro)
Il Bhakti Yoga (o cammino della Devozione): coltivare profondo amore e devozione ad una divinità
Il Jnana Yoga (o cammino della Conoscenza): perseguire la saggezza e la conoscena di sé, per comprendere l’autentica natura della realtà e di se stessi.
Il Sanyasa Yoga (o cammino della Rinuncia): la pratica della totale rinuncia alle lusinghe terrene, la scelta di condurre una vita monacale.
Il Raja Yoga (o cammino della Meditazione): la pratica della meditazione e della disciplina mentale per ottenere concentrazione spirituale e controllo della mente (Pattabhi Jois spesso affermava: Ashtanga Yoga is Raja Yoga)
Risulta evidente che tutti i percorsi elencati, senza l’azione disinteressata, volta al benessere di tutti (Karma Yoga), sono però incompleti.
Il Moksha, la perfezione spirituale definitiva, che offre eterna libertà e unione divina, può essere ottenuto anche mentre si è in vita. Colui che riesce in questo intento è chiamato Jivanmukti. Se la liberazione viene ottenuta dopo la morte, l’individuo sarà un videhamukti (ad esempio, in caso di morte a seguito di un eroico atto disinteressato, o di illuminazione in punto di morte).
Il dialogo tra Krishna e Arjuna come metafora del dialogo interiore prende forma nel II capitolo dell’opera. Procedendo nella lettura, i quesiti di Arjuna sono lo spunto per gli insegnamenti di Krishna, che nel prosieguo del testo svelano i concetti di cui abbiamo parlato, addentrandosi via via nella loro spiegazione più dettagliata.