Il Cammino del Karma Yoga
Lo Yoga nella Bhagavad Gita
Prima di addentrarci nel significato del concetto di Karma Yoga, ricordiamo che “Yoga”, nella Bhagavad Gita, non è riferito né alla pratica degli asana, né all’idea di unione tra mente e corpo. Il concetto originario di Yoga, infatti, è il processo di unione del sé con il divino. Più che uno “stato” dell’essere, lo Yoga è quindi un percorso verso un obiettivo immenso, il riconoscere dentro di noi una particella della coscienza universale, e accompagnarla verso il ritorno alla sua dimora.
Per arrivare a questo, la Bhagavad Gita identifica quattro percorsi: il percorso della conoscenza (Jnana Yoga), quello della devozione (Bhakti Yoga), quello della meditazione (Dhyana o Raja Yoga) e quello dell’Azione Consapevole (Karma Yoga). Tutti questi percorsi sono solo diversi approcci, spesso non disgiunti l’uno dall’altro, per il raggiungimento dell’autorealizzazione e della liberazione.
Il Jnana Yoga, o cammino della conoscenza, si adatta alle menti razionali, e prevede un lavoro intellettuale sul discernimento e la trascendenza del sé attraverso lo studio e la comprensione della differenza tra purusha (anima universale) e prakriti (natura, materia).
Il Bhakti Yoga, o cammino della devozione, prevede l’unione con il divino attraverso la devozione. Potremmo paragonarlo ad un percorso di fede, che si adatta a chi ha un’intelligenza emotiva che gli consente di vedere l’amore in ogni manifestazione del creato. Nelle tradizioni popolari indiane si accompagna alla recitazione dei mantra, al kirtan (canti), allo svolgimento di rituali (puja) alle divinità, alla devozione ad un guru e ai suoi insegnamenti.
Il Dhyana o Raja Yoga è il cammino della meditazione, ed è quello su cui i praticanti di Yoga contemporanei sono più informati. Questo cammino si basa sugli otto rami dell’Ashtanga Yoga (che però all’epoca della stesura della Bhagavad Gita ancora non esistevano nella forma codificata di Patanjali), e prevede dunque l’osservanza di un codice etico (Yama e Niyama), la pratica fisica (Asana), la pratica di tecniche di respirazione (Pranayama), concentrazione (Dharana), meditazione (Dhyana), per il raggiungimento del Samadhi (stato di illuminazione). Come Pattabhi Jois amava ripetere, l’Ashtanga Yoga è il Raja Yoga, sono lo stesso percorso. Per questa ragione la nostra pratica non si dovrebbe limitare al tappetino, ma per avere un senso dovrebbe comprendere appunto tutti gli otto rami illustrati da Patanjali.
Il Karma Yoga, infine, è il cammino dell’azione consapevole. Prevede l’esecuzione dei propri doveri sociali con distacco rispetto all’obiettivo finale, ma con responsabilità rispetto alle conseguenze di ogni azione. Questo cammino è, secondo Krishna, il più importante: il Karma Yoga infatti contiene tutti i percorsi precedenti, e ne garantisce lo svolgimento. Senza azione, non è possibile infatti percorrere nessuno degli altri cammini, poiché anche la conoscenza, la devozione e la meditazione richiedono l’azione per essere realizzati.
Tutti questi percorsi quindi si intrecciano, spesso per arrivare ad uno occorre percorrerne un altro. Non si escludono a vicenda, anche se ognuno di noi può trovare quello che più si adatta alla propria natura. Una cosa però risulta evidente: senza Karma Yoga, nessun’altra via è percorribile, poiché senza azione decisa nell’intraprendere e portare avanti un percorso, niente può essere realizzato.
I principi del Karma Yoga
Il Karma Yoga segue, secondo la Bhagavad Gita, alcune regole fondamentali. In primo luogo, richiede di agire secondo il proprio Dharma, quindi con autenticità rispetto alla propria natura e ai propri doveri sociali. In secondo luogo, prevede che tutte le nostre azioni vengano svolte in modo disinteressato, ovvero senza focus su obiettivi o risultati personali, ma semplicemente con l’intenzione di agire al meglio delle proprie possibilità e per il bene comune.
Il non attaccamento è un altro concetto chiave del Karma Yoga, perché agendo senza aspettative o desideri personali, si evita di generare sofferenza a noi stessi e agli altri. Offrire le proprie azioni a Dio (o Coscienza Universale, come preferiamo) garantisce che l’azione diventi una preghiera vera e propria, e mette in prospettiva continuamente la “dimensione” del nostro ego rispetto al bene comune.
La pratica del Karma Yoga
Se in teoria il Karma Yoga sembra molto semplice, metterlo in pratica non è così scontato. Nell’induismo infatti tutto è azione, come abbiamo visto: anche i pensieri, che sono le azioni della mente, che generano desideri e muovono l’azione fisica. Da semplice, ecco che il Karma Yoga sembra quasi irrealizzabile! E questo perché per vivere secondo il Karma Yoga, è necessario sviluppare una dote che spesso pensiamo di avere, ma che nei fatti spesso dimentichiamo di esercitare: la consapevolezza. Essere consapevoli significa comprendere le radici, le motivazioni di ogni nostra azione. Significa spogliarle dalle illusioni e dalle giustificazioni che spesso ci diamo nell’agire per il nostro personale interesse più che per il bene comune.
Per vivere il Karma Yoga, è importante ricordarsi la gratitudine: eliminare il senso di insoddisfazione che spesso ci pervade, e anche ricordare di esprimere riconoscenza per ciò che riceviamo o che abbiamo, e che diamo per scontato. Vivere il Karma Yoga significa cercare attivamente opportunità per prestare servizio alla comunità, magari rinunciando ad un interesse personale. E infine significa anche riflettere sulle proprie azioni, cercando di individuare le occasioni per migliorare, e come suggerivano le nonne, “contando fino a dieci” prima di parlare o agire con impeto davanti alle provocazioni del quotidiano.
Tutt’altro che banale!
Un esempio molto semplice lo troviamo come sempre nella nostra pratica sul tappetino. Per quale motivo scegliamo di praticare Ashtanga Yoga? Il nostro obiettivo è solamente fisico? O vogliamo solo raggiungere una posizione, perché abbiamo visto un influencer che ci riesce? Abbiamo compreso il valore spirituale della “preghiera corporea”, abbiamo capito che attraverso questa pratica stiamo meditando, purificando la nostra mente, cercando di creare un circolo virtuoso di energie positive, un senso di comunità? O siamo attratti solamente dalla forma estetica delle posizioni, trascurandone il loro valore simbolico? Come sempre, la pratica sul tappetino è una metafora di ciò che facciamo nel quotidiano. Stiamo utilizzando la pratica nel modo giusto?
Nel terzo canto della Bhagavad Gita, Krishna afferma risolutamente che l’azione è indispensabile, e che l’inazione – per evitare che si possa produrre karma negativo – non è una scelta illuminata, anzi un atto di codardia. Nel Karma Yoga, l’azione diventa un tramite diretto con il divino. La propria anima, il proprio corpo, la propria mente agiscono per conto del divino, quando attuano il distacco da fini egoistici. Agendo in questo modo, non possiamo incorrere in errore, anche quando l’azione ci sembra difficile, penosa, faticosa.
Il Karma Yogi
«’L’uomo che ha realizzato la sua identità spirituale non ha interessi personali nell’adempiere i doveri prescritti né ha motivo di non compiere tali doveri. Egli non dipende da alcuno per nessuna cosa. Si devono dunque compiere il proprio lavoro e le proprie azioni per dovere, senza attaccamento ai frutti dell’azione, perché agendo senza attaccamento si raggiunge il Supremo.» B.G. III, 18-19
Un po’ come direbbero i Blues Brothers: “Siamo in Missione per conto di Dio”, il Karma Yogi è colui che compie ogni azione senza attaccamento o avversione per il risultato finale o per l’azione stessa. In questo modo, accoglie i propri doveri quotidiani con la gioia di fare sempre al meglio delle proprie capacità e possibilità. Accettando con serenità i doveri legati al proprio Dharma, il Karma Yogi si libera dei debiti del passato, allontana la prospettiva di rientrare nel continuo ciclo morte-rinascita, e si avvicina al Moksha giorno dopo giorno.
Rispettando il proprio Dharma, realizzandolo giorno dopo giorno attraverso il Karma Yoga, l’uomo si armonizza con il Dharma universale. Come il pezzo di un puzzle infinito, che può completarsi solo se ogni singola tessera viene inserita al posto giusto.
In questo modo, la mutevolezza della natura (prakriti) non lo turba. Pur vivendo nel mondo materiale transitorio, ogni suo atto diventa una meditazione, un momento di sacralità. E’ evidente come le moderne pratiche di Mindfullness non siano altro che una trasposizione contemporanea di questi insegnamenti millenari.
Azione e meditazione diventano, con il Karma Yoga, una cosa sola.
Possiamo quindi dire che anche la pratica dell’Ashtanga Yoga è Karma Yoga? Sebbene siano due pratiche distinte, possiamo integrarle. Se approcciamo la pratica fisica con l’attitudine del Karma Yogi, quindi con disciplina e concentrazione, ma mantenendo il distacco rispetto a desideri egoistici ed effimeri legati alle singole posizioni o sequenze, anche la pratica sul tappetino diventa una forma di Karma Yoga.
L’obiettivo del Karma Yoga è la purificazione dell’ego attraverso l’azione disinteressata. Nel praticare Ashtanga Yoga, possiamo focalizzarci sul suo aspetto meditativo, allenando non solo il corpo ma soprattutto la mente ad essere concentrata sul momento presente.
Una guida pratica per il Karma Yoga
La guida definitiva al Karma Yoga, tuttavia, anticipata nella Bhagavad Gita, sono gli Yama e i Niyama. Sempre nel terzo canto, Krishna spiega ad Arjuna la differenza tra un autentico Yogi, ed uno che solo parzialmente pratica questa disciplina.
Ed è proprio l’osservanza di Yama e Niyama a caratterizzare l’autenticità di uno Yogi, anche se questi concetti sono solo anticipati nella Gita, e verranno codificati molto più tardi da Patanjali negli Yoga Sutra.
Nei versi 6-7 del canto terzo, Krishna afferma che colui che si limita a controllare l’attività dei sensi, ma nella mente continua a ricordare piaceri sensoriali, è un “falso praticante” (mithyācāraḥ). L’autentico Yogi utilizza la propria mente per controllare i sensi e si dedica attivamente all’azione disinteressata, senza soffermarsi sui piaceri transitori.
Nella Gita il concetto degli Yama è quindi presentato come controllo delle attività sensoriali per evitare il compimento di azioni dannose, che pregiudicherebbero la crescita spirituale. I Niyama vengono descritti come comportamenti positivi e costruttivi che facilitano l’avanzamento verso l’autorealizzazione e la liberazione.
In nuce, la Bhagavad Gita (scritta tra il III secolo A.C. e il I secolo D.C.) anticipa il lavoro di Patanjali, che negli Yoga Sutra (composti tra il II e il IV secolo D.C.) dettaglia con precisione gli otto rami dello Yoga.
Non a caso, i commenti più noti ad entrambi i testi sono attribuiti allo stesso saggio Vyasa. Ma mentre la Bhagavad Gita è un poema sacro, in cui Krishna stesso parla ad un uomo per indirizzarlo sul cammino della liberazione, i 196 aforismi dello Yoga Sutra sono quasi un manuale “tecnico” su come realizzare in modo pratico questo ambizioso obiettivo spirituale.
In pratica, come possiamo essere Karma Yogi nel nostro quotidiano?
1. Dedichiamo completa attenzione ad ogni nostra azione, dalle più semplici, come la preparazione e il consumo del cibo, dal riordinare la casa al compiere il nostro dovere lavorativo con presenza e dedizione, fino alle più complesse.
2. Portiamo un’intenzione spirituale in tutto ciò che facciamo, ricordiamoci di sviluppare un senso di gratitudine per ciò che abbiamo, ed esprimiamolo agendo di conseguenza.
3. Rivolgiamoci agli altri con gentilezza, empatia, con desiderio di condivisione e rispetto.
4. Ricordiamoci di mantenere una forma di equilibrato distacco dai risultati materiali del nostro operato. Tutto ciò che è di questo mondo è effimero e transitorio: essere attaccati morbosamente a ciò che abbiamo raggiunto comporterà delusione e sofferenza. Godere del momento presente, senza preoccuparci eccessivamente di “trattenerlo”, è il primo passo per la serenità.
5. Scegliamo le nostre azioni consapevolmente. Ricordiamoci che anche la più piccola di esse ha un risultato duraturo sugli altri e sull’ambiente che ci circonda.
Se ci sentiamo stanchi o privi di ispirazione, la Bhagavad Gita è sempre un valido alleato. Non è necessario leggerla ogni volta da cima a fondo. Apriamola a caso, leggiamo il verso che ci appare, proviamo ad interpretarlo alla luce del momento presente, portiamolo con noi nel corso della giornata come un piccolo mantra. Lasciamo che la Gita inizi a parlare direttamente al nostro cuore, come memoria ancestrale. Consideriamola un messaggio che proviene da una saggezza che ha ispirato scienziati, poeti, politici, e facciamola nostra, perché è stata scritta per ognuno di noi.