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Insegnare Yoga senza imporre la propria visione

Non è facile insegnare Yoga senza imporre ai praticanti la propria visione, senza essere autoreferenziali. Eppure è fondamentale provarci. Il percorso dell’Ashtanga Yoga è un cammino di liberazione, e non c’è liberazione dove si impone un insegnamento focalizzandosi su regole generali invece che sull’applicazione del metodo in base alle esigenze e alle capacità di chi abbiamo davanti.

L’importanza della struttura


E’ importante sottolineare la struttura del metodo, ricordando però che se è vero che abbiamo una natura comune, e’ altrettanto vero che ognuno la esprime in modo diverso e non per questo meno autentico. Dobbiamo ricordare tante cose, quando insegniamo.

In primo luogo il privilegio che abbiamo avuto nel poter apprendere questo metodo da maestri importanti, spesso in India, affrontando viaggi costosi che non tutti possono permettersi. Forse per questo non ho mai amato postare troppo durante i tanti seminari che in questi quasi trent’anni ho frequentato – per continuare ad essere prima di tutto praticante. Il numero di viaggi in India (a Mysore nello specifico) non sempre si traduce nella capacità di insegnare Ashtanga Yoga. Sicuramente avere accesso a maestri qualificati rende la nostra pratica più solida e radicata. Ma per insegnarla, abbiamo bisogno anche di altri strumenti che non sempre ci vengono trasmessi durante i mesi trascorsi alla fonte, che sono soprattutto un modo per essere studenti, e non per imparare ad essere maestri.

Andare oltre il compiacimento per la propria pratica


Quando trasmettiamo un metodo dobbiamo avere rispetto sia per la pratica, che per il praticante. Sta a noi trovare il linguaggio adatto per incontrare lo studente nel momento in cui arriva in shala; sta a noi ricordare innanzi tutto l’umiltà del ruolo che ricopriamo. Patanjali stesso negli Yoga Sutra (Vibhuti Pada, gli ultimi 3 passi dello Yoga) ci invita a non innamorarci dei poteri che la pratica ci conferisce, perché diventano nutrimento dell’ego, si tramutano in klesha, ed ostacolano la liberazione. Ecco mi sembra che questi ultimi passi spesso noi insegnanti li dimentichiamo, affaccendati come siamo a rincorrere algoritmi e strategie di marketing. E’ spesso difficile riconoscere le trappole in cui cadiamo anche da praticanti avanzati.
Vorrei ricordare che non è un merito particolare avere le possibilità di trascorrere mesi in India. E’ un privilegio. Il merito più grande è mantenere la nostra pratica anche quando questi privilegi non ci sono concessi. Non c’è nulla di male nell’essere privilegiati – i problemi iniziano quando non mettiamo a buon frutto il privilegio di cui godiamo (o abbiamo avuto la fortuna di godere).

In un momento storico in cui intere popolazioni stanno morendo di guerra e di fame, che senso ha pubblicare continuamente post in cui ci schieriamo a favore dell’uno o dell’altro contendente, che senso ha manifestare perché desideriamo che la guerra finisca, se poi non siamo disposti a sacrificare neanche un euro del nostro privilegio per aiutare chi sta soffrendo? E’ più yogico andare a trascorrere due mesi in India, dove potremo praticare due ore al giorno e poi trascorrere piacevoli momenti in compagnia dei nostri colleghi, o devolvere la stessa cifra per aiutare una famiglia palestinese a trovare rifugio sicuro? Questa domanda mi frulla in testa da questa mattina. E per quanto mi riguarda, la risposta è piuttosto ovvia… Non voglio dire che sia sbagliato spendere i propri soldi per un progetto che ci sta a cuore, o di cui egoisticamente sentiamo l’esigenza. Ma “venderlo” sui social per ingraziarsi simpatie, sottolineando come andare a India sia un essenziale momento di crescita spirituale, che ci rende migliori di altri, mi sembra un po’ esagerato. La crescita spirituale non ha bisogno di questo. Senza nulla togliere al valore dell’esperienza.

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